Testata del sito riportante il titolo ed il logo grafico del notiziario.

Calomini

L'etimologia di Calomini potrebbe risalire al latino callis minor, riferito probabilmente alle minori dimensioni del monte dove sorge il paese.
A testimonianza della presenza dei primi insediamenti umani, risalenti all'età preistorica, sono stati ritrovati in due diverse grotte della zona resti dell'Eneolitico e dell'Età del Bronzo. I primi di tali reperti furono scoperti nel 1977 nella grotta chiamata "Buca delle Fate", vicino a Calomini e si tratta di una grotticella sepolcrale eneolitica, all'interno della quale furono rinvenute ossa umane appartenenti ad almeno 28 individui, oltre a diverse cuspidi di freccia, un punteruolo, sei Dentalium e altri diversi frammenti fittili. I secondi, di minor rilievo, furono invece ritrovati nella "grotta dell'Anello", lungo la strada che conduce a Fornovolasco.
Tra XI e XII sec. i feudatari della Garfagnana, della Versilia e della Lunigiana costituirono un unico fronte contro il Vescovo di Lucca. Questi, non potendo chiedere aiuto alla Curia pontificia, impegnata nella lotta antimperiale, organizzò e potenziò militarmente il Comune di Lucca. è di questo periodo la nota donazione della Contessa Matilde di Canossa fatta all'abbazia di Pozzeveri, grazie alla quale si è potuto sapere che nel 1105 Calomini già esisteva:

[...] Dum in Dei nomine in villa Faxana ad Casam Roberti filli Maratis resideret in juicio Matilda Comitissa, et cum ea Lambertus Advocatus de Luca etc. venit Petrus Abbas de Monasterio Pozeuli cum Fralmone advocato suo, et coepit dicere quod pars praedicti monasterii haberet et possideret res illas quae fuerunt Ildebrandi filii quondam Pagani de Corfena, quae sunt posita in eadem Corfena, et in Calumine et in Sassi.

Nel 1260 le chiese di S. Quirico di Vergemoli e di S. Tommaso di Calomini furono annoverate nell'elenco delle chiese e degli altri luoghi sacri appartenenti alla Diocesi di Lucca. Tale diocesi, in cui si trovavano 91 chiese, era divisa nelle pievanie di Loppia, Gallicano, Pieve Fosciana e Careggine. Nell'elenco, accanto al nome di ogni chiesa, era riportato un numero romano e per le chiese di S. Quirico di Vergemoli e di S. Tommaso di Calomini furono riportati rispettivamente le cifre LXXV e LVII. Ciò secondo alcuni studiosi aveva il compito di indicare il valore dell'estimo appartenente ad ogni singola chiesa, mentre per altri indicavano la tassa pagata per sovvenzionare la settima crociata.

Nel 1383, con la vittoria della fazione guelfa, il Comune di Lucca pacificò tutto il contado e divise la Garfagnana, con la sola eccezione del feudo vescovile di Sala a Piazza al Serchio, in quattro vicarie: Castiglione, Camporgiano, Coreglia e Barga; quest'ultima comprendeva i territori di Vergemoli e Calomini, mentre per quanto riguarda Fornovolasco, non citato, si può presumere che fosse anch'esso annesso a tale vicaria. Successivamente i lucchesi, sconfitti dai fiorentini, persero Barga che diventò enclave del governo di Firenze. Sorse allora la vicaria di Gallicano, in cui confluirono anche Vergemoli, Fornovolasco e Calomini.
Il 1429 è l'anno della divisione della Garfagnana, che durerà fino all'Unità d'Italia (escludendo il periodo napoleonico).
Il tre febbraio 1430 Niccolò III accordò la propria protezione e potestà a parecchi comuni garfagnini, tra cui Pieve Fosciana, Corfino, Castelnuovo e Gragnanella.
Poco dopo si dettero in accomandigia allo stesso Niccolò III anche Vergemoli, Calomini, Gallicano, Trassilico, Fornovolasco, insieme con altri comuni limitrofi, con l'avvertenza che il marchese Niccolò avrebbe dovuto rendere queste terre a Lucca appena terminata la guerra tra lucchesi e fiorentini.
Nell'aprile del 1433 Lucca siglò la pace con Firenze, grazie ad un accordo che prevedeva la restituzione, da parte di quest'ultima di tutte le terre di Garfagnana invase durante il conflitto, con l'esclusione di quelle passate agli Estensi per accomandigia o dedizione.
Il marchese Niccolò promise alla Repubblica di Lucca di restituire le terre in suo possesso solo dietro il pagamento di 6500 ducati.
La Repubblica di Lucca aprì le trattative, ma nel settembre 1433 l'Imperatore Sigismondo accordò l'investitura a Niccolò d'Este e le trattative furono sospese.
Nel 1446 si unirono allo Stato Estense quelle terre di Garfagnana tornate in possesso dei fiorentini, a seguito di nuove rappresaglie tra Firenze e Lucca. A nulla valsero i tentativi che i lucchesi fecero per estendere nuovamente il loro controllo sulle tante terre perse nel corso degli anni.
Il governo lucchese portò addirittura la questione davanti al Papa Niccolò V, per spingerlo a negare l'investitura a Borso d'Este come Duca di Modena e Reggio, fino a quando non avesse restituito le terre che i suoi predecessori avevano accorpato allo Stato Estense.
Nell'aprile del 1451 il Papa sentenziò che lo Stato Estense poteva tenere legittimamente le terre acquisite dai suoi predecessori (tra cui Vergemoli, Calomini e Fornovolasco), ma che avrebbe dovuto restituire a Lucca quelle incorporate durante gli ultimi conflitti.
De Stefani riferisce di successivi contrasti tra gli abitanti delle terre estensi e quelli che invece dipendevano da Lucca, le continue ritorsioni ed i futili pretesti che ogni volta riaccendevano le liti e i dissensi.
Uno di questi episodi riguarda anche Vergemoli e Calomini che furono incendiati per mano dei lucchesi, insieme con altri paesi, il giorno 17 luglio 1583 per una lite cominciata con il taglio d'alberi in territorio estense, per mano degli abitanti delle zone lucchesi confinanti.
Anche parroci ed eruditi, oltre agli storici locali, ci testimoniano attraverso i loro scritti questa tormentata situazione. Valentino Carli, parroco di Vergemoli nel XVII secolo, racconta di scontri e liti avvenuti nel 1594 e nel 1603 tra gli abitanti di Fornovolasco e quelli di Stazzema. Paolo Pellegrino racconta di come nel 1613, Cosimo II Granduca di Toscana, attraversato il fiume Petrosciana, cercò di condurre le proprie truppe a nord ma fu fermato a Fornovolasco.

Gli Statuti comunali, oltre ad essere il testo di legge fondamentale per la comunità, forniscono un quadro minuzioso della vita locale, grazie alle norme particolari che regolavano ogni aspetto della vita quotidiana.
Gli esempi più antichi sono uno Statuto di Calomini del 1586 e uno di Vergemoli del 1654. Numerose norme riguardano la pastorizia e regolano, in modo ferreo ed accurato, ogni aspetto relativo a questa attività (dal periodo in cui era possibile far pascolare i greggi, alle zone in cui il pascolo era vietato), fondamentale per la sussistenza delle comunità montane di quell'epoca. Le sanzioni previste per chi trasgrediva queste norme erano fissate in due o tre soldi, più un ducatone da versare per ogni capo di bestiame che era stato colto in divieto. Oltre a queste notizie, nello Statuto di Vergemoli compare una norma sulla raccolta delle ghiande: affinché tutte le famiglie ne avessero una giusta quantità, la raccolta fu limitata ad un solo membro per famiglia. Le risorse alimentari erano talmente ridotte ed indispensabili alla sussistenza della comunità, che la diffidenza nei confronti degli stranieri era più che sentita e si cercava in ogni modo di evitare che, con la loro presenza, mettessero a rischio il delicato equilibrio tra abitanti e risorse. Ad esempio, a Vergemoli esisteva l'obbligo per i forestieri di chiedere il permesso per un soggiorno lungo più di tre giorni, pena la sanzione di un ducato. Nello Statuto di Calomini del 1586, si vietava di affittare case, metati o capanne a stranieri senza l'autorizzazione dell'autorità locale. Sulle norme in materia di agricoltura e di silvicoltura, lo Statuto di Calomini ha disposizioni più precise e dettagliate di quello di Vergemoli. Infatti, si proibisce il taglio indiscriminato ed abusivo di piante da frutto quali castagno, noci, peri, ma anche querce e cerri. L'abbattimento delle piante era vincolato al parere espresso dalle autorità comunali, che potevano concedere il taglio d'alberi, con l'esenzione da dazi, a chi aveva necessità di legname per costruire case o altri fabbricati. All'epoca doveva anche essere frequente il furto di prodotti agricoli, perché lo Statuto prevedeva in tali casi multe molto alte.
Particolare è anche la diversità delle disposizioni tra lo Statuto di Vergemoli e Calomini, in materia di religione e costume.

Un quadro ulteriore della vita quotidiana nel 1629 nei nostri paesi, è dipinto in poche righe da Sigesmondo Bertacchi, che così scrive:

[...] Calomini, quinto villaggio di Tressilico, è piccolo; fa anime 166, e fa fuochi d'estimo 2 e per essi dà 8 soldati.Ha chiesa curata, di rendita di scudi 100 circa, sotto il titolo di S. Tommaso detta Terra è situata sopra grotte asprissime, nelle quali ogn'anno fanno l'aquile et astori, e vi vengono da lontani paesi a pigliarle.
[...] Vergemoli, sesto Villaggio della Podestaria di Tressilico, è posto in luogo asprissimo nelli monti della Pania. Ha Chiesa curata sotto il titolo di S. Chierico; puole avere di rendita da scudi 200. Fa anime 300 e fuochi d'estimo 3.3 ¾, per li quali dà soldati 15. Sopra la Terra il suo territorio è asprissimo; sotto un poco più domestico, ma poco. Vi fa del vino, ma bruschissim; tiene bestie vaccine para, pecore e capre, somari.
[...] Forno Volasco settimo villaggio della Vicaria di Trassilico. è ben piccolo, essendo solo un fuoco e mezzo d'estimo, per il quale dà sei soldati. Ha chiesa curata sotto il titolo di S. Francesco; è Chiesa povera, che non ha scudi 60 d'entrata. Tali genti et hanno seguitato a lavorar ferro e di continuo tutti ne hanno la professione, e vi sono molti edifici di tale arte.

L'EREMO DI CALOMINI

Il 13 luglio 1361, si hanno le prime notizie certe circa l'esistenza del Romitorio della Penna e dell'annessa chiesa dedicata a S. Maria ad Martyres, oggi più comunemente conosciuto come Eremo di Calomini. L'Eremo, situato su uno strapiombo lungo un fianco del monte su cui sorge l'omonimo paese, rappresenta ancora oggi uno dei pochi esempi di architettura rupestre in Garfagnana. L'intero insediamento era costituito da una cella ed una chiesetta quasi interamente scavate nella roccia, nel luogo dove secondo la tradizione popolare era apparsa la Madonna.

Durante tutto il quindicesimo secolo, la chiesa o heremitorio di S. Maria ad Martyres rimase sempre di libera collazione del Vescovo di Lucca che provvedeva ad attribuirne il titolo, con i connessi benefici, ad ecclesiastici di sua fiducia, come dimostra il conferimento nel maggio del 1444 de l'heremitorium Sancte Marie della Penna territorii Galicani, da parte del Vescovo di Lucca Baldassarre Manni a frate Casino di Giovanni de Mensia, de Francia. Dai primi decenni del XVI sec., l'eremo di Calomini attraversò un periodo di incuria e di declino, a causa forse dalla nomina di rettori che, risiedendo altrove, vi svolgevano solo ruoli formali.
Era una situazione comune ad altre istituzioni religiose della diocesi di Lucca tra XV e XVI sec., perchè alla scarsità del clero locale si sopperiva con l'ausilio di preti extra diocesani, o attribuendo competenze più ampie ai singoli religiosi.
Tale stato di abbandono è testimoniato dalle visite pastorali effettuate in quei secoli presso le varie pievanie. Nel 1559 il Vescovo di Lucca, Alessandro Guidiccioni, in visita alla pievania di Gallicano osserva infatti: "ecclesiam campestrem seu oratorium nuncupatum il romitorio Sancte Marie della Penna, in communis Calomini", la quale risulta ubicata in loco alpestri et solitario. La chiesa "est tota discohoperta et devastata" e l'unico altare è spoliatum; i pochi introiti vengono valutati in circa 30 statia di grano annue, uno staio di castagne e due di farina dolce. Per la prima volta nella storia dell'Eremo viene menzionata l'effige della Madonna, che è in rilievo. Lo stato di disagio economico della zona è poi confermato dalle successive visite pastorali, nel 1570 e nel 1575.
Molti sono, nel 1600, i verbali delle Visite riguardanti l'Eremo di Calomini, che forniscono un mutato quadro della situazione: la figura dei conversi è ormai scomparsa e al suo posto c'è quella di un altro servitore laico della chiesa, l'eremita o "romita", che attraverso questue e attività caritative riesce a dare nuovo impulso all'attività dell'Eremo. Durante la Visita pastorale del 1629, troviamo un eremita nel Santuario, forse Bartolomeo da Vergemoli, al quale si deve la costruzione dell'altare della Madonna, così come indica l'epigrafe che vi è incisa: "Eremita bartolomeus vergemulensis piis elemosinis faciendum curavit. Anno domini 1618". Nel 1638 c'è un nuovo eremita, Bartolomeo del Sillico, cui succederà Giulio Bellicini di Novara, "familiare e continuo commensale" del Vescovo. La nomina del cappellano era una prerogativa vescovile e spesso i rapporti tra i cappellani e i rettori delle parrocchie vicine si incrinavano, perché la esigua raccolta delle offerte per il mantenimento delle varie chiese doveva essere spartita tra le diverse istituzioni religiose.
Sempre nel 1638, la Visita pastorale del Vescovo di Lucca, Marco Antonio Franciotti a Vergemoli, dà due importanti informazioni: ben 130 persone si cresimarono, tra cui molti abitanti di Fornovolasco; la seconda, il registro dei beni appartenenti alla Chiesa, detto martilogio, non era stato aggiornato da quasi 70 anni e non conteneva traccia dei livelli. Il Vescovo, poiché era molto oneroso e difficile rinnovare tutti i vecchi contratti, ordinò che fossero rifatti con gli stessi canoni di prima, dando l'incarico a Giovanni di Giovanni Roni e Franco di Antonio Vanni. Ordinò anche che la chiesa dei SS. Quirico e Giulitta fosse oggetto di lavori di ristrutturazione.

Molti sono, nel 1600, i verbali delle Visite riguardanti l'Eremo di Calomini, che forniscono un mutato quadro della situazione: la figura dei conversi è ormai scomparsa e al suo posto c'è quella di un altro servitore laico della chiesa, l'eremita o "romita", che attraverso questue e attività caritative riesce a dare nuovo impulso all'attività dell'Eremo. Durante la Visita pastorale del 1629, troviamo un eremita nel Santuario, forse Bartolomeo da Vergemoli, al quale si deve la costruzione dell'altare della Madonna, così come indica l'epigrafe che vi è incisa: "Eremita bartolomeus vergemulensis piis elemosinis faciendum curavit. Anno domini 1618". Nel 1638 c'è un nuovo eremita, Bartolomeo del Sillico, cui succederà Giulio Bellicini di Novara, "familiare e continuo commensale" del Vescovo. La nomina del cappellano era una prerogativa vescovile e spesso i rapporti tra i cappellani e i rettori delle parrocchie vicine si incrinavano, perché la esigua raccolta delle offerte per il mantenimento delle varie chiese doveva essere spartita tra le diverse istituzioni religiose.
Nei primi decenni del XVIII l'Eremo di Calomini subì numerosi interventi strutturali, che ne modificarono radicalmente l'aspetto. Voluti dagli eremiti dell'epoca, Fra Biagio Giovannini di Fornovolasco e Michele Vangioni di Calomini, per arricchire il complesso sacrale, questi lavori modificarono esteriormente, ma anche internamente, l'Eremo e provocarono anche profonde polemiche tra il rettore della parrocchia di Calomini e gli eremiti. Molte sono le osservazioni di biasimo allegate dal rettore della parrocchia di Calomini ai verbali delle Visite pastorali del 1710 e del 1747. Anche se di natura prettamente amministrativa, queste erano probabilmente avanzate per il timore della crescente popolarità dell'Eremo a scapito della parrocchia di Calomini, che perdeva così offerte e opere caritative dei fedeli del luogo e dei pellegrini.

Nel 1868 gli amministratori dell'Eremo di Calomini, Don E. Fiorani di Brucciano, Don Pellegrino Roni di Vergemoli e il cappellano Angelo Simoni Sacchi di Trassilico, inviarono una relazione al Vescovo di Massa, da cui l'Eremo dipendeva, illustrandogli l'impossibilità di trovare eremiti disposti a dedicarsi ancora alla cura del luogo. Per questo motivo il Vescovo stabilì che, ad occuparsi della custodia dell'Eremo, sarebbero stati da quel momento in poi i parroci e la popolazione locale.